Sono ormai decorsi ben trentacinque anni che in Cerisano, villaggio del Cosentino, io giovinetto alunno del Collegio di Cosenza, ivi nella estiva stagione villeggiante, conosceva Pasquale Furgiuele di Amantea, e con lui mi legava di stretta amicizia. Mio condiscepolo presso quel chiaro e valente letterato, che fu Luigi Maria Greco, professore di lettere in quel convitto, forbitissimo scrittore di patrie storie, e solertissimo, perpetuo segretario della Cosentina Accademia, il Furgiuele di animo gentilissimo, di cuore sincero e appassionato faceasi amare non solo da me, ma dagli altri giovani ancora, che con noi assistevano alle lezioni del Prof. Greco. Egli nato sullo scorcio dell’anno 1830 dal Cav. Francesco Furgiuele e Vincenza Perciavalle contava appena allora il quindicesimo anno, e fatto aveva i suoi primi studii, parte in Paola nel convitto diretto colà dal Prof. Vaccari, ora Vescovo di Tropea, e parte in Amantea presso il Prof. Mosciari. Di svegliatissimo ingegno e dello studio assai amoroso, brillava sovra tutti i suoi compagni, lieto avvenire promettendo fin da quei primi anni della sua giovinezza.
E in quella stagione e nella età in cui bella e sorridente si affaccia la mente, ad un’anima eletta e sensibile come la sua, pungente sprone, aggiungeasi l’amore di cui tutto fu compreso per una giovinetta di famiglia distinta di quel paese; amore, che in breve ingigantì nel cuore suo, e che, né per volgere di tempo, né per frapposti ostacoli, fu mai vinto o depresso; coronato invece e soddisfatto, dopo circa otto anni, dal sacro nodo coniugale.
Il Furgiuele, nato poeta, sotto il ridente e mito cielo della Tirrena Marina, di nobili sensi e cuore sovranamente gentile, inebriato da corrisposto e del pari ben sentito amore, facea le sue prime pruove, poetando con quella naturalezza e spontaneità, che difficilmente nelle scuole si apprende, ma che al contrario naturalmente addimostrasi, allorché èvvi quel tale Deus in nobis dell’antico vate. Il Trovatello, Carlo e Teresa, Il Tiglio di Cerisano, Gabriella, furono le sue prime poesie allora scritte, e che, pubblicate in qualche giornale Cosentino gli fruttarono, adolescente ancora, l’ammissione qual Candidato alla letteraria Accademia Cosentina.
Queste le prime note della sua giovine lira, ispiratore amore.
Volgeva il Novembre del 1847, e dopo avere eseguiti fino a quell’epoca col Prof. Greco gli studii letterarii, e col Focaracci legali, recavasi in Napoli a completare presso il Rodinò ed il Puoti i primi, e presso il Savarese i secondi, ma sovragiungendo i moti politici del 48, altra corda sensibile venìa toccata in quel fervido cuore, e l’amore di Patria svegliavasi in lui gigante. La cantica Agli Amanteoti fu allora scritta e non potuta publicare in Napoli per veto della censura. Dopo i fatti del Maggio di quell’anno, sdegnoso e fremente ritornava in patria, e la sua bollente ira contro gli oppressori erompeva in un magnifico canto di guerra indirizzato ai Calabresi contro lo spergiuro tiranno. In quell’inno evvi del Mameli, evvi del Pethofi, suoi contemporanei ed il Furgiuele non contava ancora i diciotto anni! Repressa la Calabra insurrezione, e incominciate le persecuzioni, dovette in quei nefasti tempi vivere lunga pezza guardingo, e tra il 49 ed il 50, non potendo continuare i suoi studii né in Cosenza, né in Napoli; per mille ostacoli e poliziesche vessazioni di quel sospettoso Governo alla gioventù studiosa, visse ritirato in patria scrivendo i canti Melanconie e Speranze, A Mia Madre, Una Nube, Una Vela. Si scorge in essi l’appassionato studio sui versi Leopardiani, vi si scorge il progresso del giovine poeta nell’arte.
Ed eccoci al 51, al 52. Alla Musa che tace, subentra Temi; anno di severo studio delle leggi. Al 16 di Maggio di quell’anno laureavasi in belle lettere nel Liceo di Catanzaro, e nel sussecutivo 7 di Agosto allo stesso anno ottenea ivi ancora la Laurea di Giurisprudenza, unitamente a due auree medaglie come dottore in Diritto Penale e Procedura Civile. Nel seguente 21 Settembre poi otteneva il diploma di Giurisprudenza, e recavasi in Cosenza per esercitarsi nelle pratiche avvocatesche, e ivi dimorava fino alla notabile epoca del 12 Febbraio del 1854, in cui avvenne l’orribile tremuoto, per cui la città fu desolata, e che l’obbligò ad abbandonarla e tornare in patria.
Nel 12 Gennaio 1855 venivano appagati i suoi ardenti voti, impalmando l’unico oggetto del suo amore, la nobile donzella che avea saputo inspirare la sua giovine Musa e che gli era stata di sprone e modello negli studii ameni, personificando quell’ideale, fin dai primi anni da lui vagheggiato. Però brevissime furono le sue gioie, mentre, non ancora compiasi l’anno, che il Furgiuele affranto per l’eccessiva fatica dello studio in cui notte e giorno con ardore applicavasi, per grave malore, ribelle ad ogni cura, fra le amare lacrime degli sconsolati parenti, e della desolatissima sua sposa, fra l’universale compianto, immaturamente estinguevasi. Ad altri esperto nelle critiche discipline, lascio il giudizio degli scritti del giovine Furgiuele; mi basti soltanto far notare l’epoca in cui egli li componeva e la sua giovinissima vita. Se immatura morte non lo avesse rapito allo affetto dei suoi concittadini, certamente l’Italia nei sopravvenuti tempi migliori avrebbe annoverato questo altro fra i sovranamente eletti. Se nell’età in cui scrisse fu lodatissimo, e ancor dopo più che un quarto di secolo meritamente si loda, che mai, vivendo, sarebbe Pasquale Furgiuele addivenuto?
Fu di gentile aspetto, pallido in viso, snello di forme, cortese e dignitoso nei modi, inclinato piuttosto a dolce mestizia; notevole nel suo sguardo la varietà di colore degli occhi, bruno l’uno, nero vivissimo l’altro; quello della madre, questo del padre suo.
Napoli, Gennaio 1881
N.V.
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