Il lavoro poetico più impegnativo di Pasquale Furgiuele, poeta romantico calabrese di Amantea (26 agosto 1830), è la cantica GLI AMANTEOTI. Scritta forse nel 1848, l’anno delle rivoluzioni, e pubblicata qualche anno dopo la sua morte, avvenuta prematuramente a 26 anni nel 1856 (2 gennaio), essa è contenuta, come sappiamo, nell’unico suo libro POESIE POSTUME che in Napoli, tra il 1858 e il 1881, conobbe tre sole edizioni. Il Furgiuele è stato quindi poeta sconosciuto ai più, nel senso che la sua opera poetica, non ricca, ma pregevole ed ascrivibile a pieno titolo nel cosiddetto “Romanticismo naturale calabrese”, non ha avuto, nel tempo, quella diffusione che pur meritava, sia per la delicata trama lirica dei suoi versi che per le forti immagini cariche di memorie storiche e amor di patria.
Se si eccettuano i puntuali rigorosi riconoscimenti dei catanzaresi Francesco Acri (1858), suo contemporaneo e di Vincenzo Vivaldi (1912), nulla del Furgiuele avremmo noi saputo e conosciuto circa la sua intensa ma brevissima vicenda umana e poetica. A parte qualche isolato intervento su fogli locali e periferici, dobbiamo con un gran salto di tempo, giungere alla fine degli anni ’60, per vedere i cominciamenti di un interesse ed attenzione nuovi verso la figura di questo poeta calabrese, grazie agli studi del prof. Carlo Cimino che, proprio qui in Amantea, nel lontano marzo 1966, tenne una dotta conferenza su Pasquale Furgiuele visto nel contesto del romanticismo calabrese. Il prof. Cimino, acutissimo studioso di letteratura calabrese oltre che valente uomo di scuola, in quella che sembrava essere una normale lezione di letteratura più che una conferenza vera e propria, così affermava: “Siamo del parere che questo giovane poeta, stroncato dalla morte a soli 26 anni, in seno al Romanticismo Naturale Calabrese sia da collocarsi accanto a Michele Bello (1821-1847) da Siderno, fucilato a Gerace e a Vincenzo Selvaggi (1823-1848) da S. Marco Argentano, l’autore del ‘Vecchio anacoreta’. Questi tre poeti calabresi, a nostro avviso, sono i migliori fra quei giovani che videro in Domenico Mauro (1812-1873) di S. Demetrio, il loro maestro ideale di fede politica e letteraria e possono essere ascritti a quel gruppo di ‘classicisti di sinistra’, i quali immettono nel ‘Romanticismo naturale calabrese’ i contenuti più autentici della tradizione culturale calabrese, la quale come si sa, fa capo al profetismo di Gioacchino di Celico, al naturalismo del Telesio, all’utopismo del Campanella e al razionalismo del Gravina. Le forme classicistiche,” continua ancora il Cimino, “più largamente profuse nelle opere di questi tre romantici calabresi sono, non soltanto la fedeltà ad un contesto culturale autoctono, nel quale tutti rappresentanti della ‘scuola’ possono riconoscersi, ma comunicano anche al paesaggio calabrese, monumentale e solenne, un senso di lontananza e di solitudine remota.”
Quella del prof Cimino, mitico preside del nostro Liceo per soli due anni, credo che fu, per un nutrito gruppo di studiosi locali, una sorta di seme che fecondò un terreno disposto ad essere arato e a dare poi frutti maturi e copiosi. Che non tardarono a venir fuori di lì a poco, prima di tutto con l’ampia ed esaustiva rassegna storico-critica del prof. Vincenzo Segreti, poi con molte tesi di laurea discusse presso atenei soprattutto meridionali. A coronare questo fervore di studi arriva ora, fresco di stampa, last but non least, la riproposizione della cantica, Gli Amanteoti a cura del prof. Felice Campora non nuovo a lavori del genere e già autore di una lettura critica di quei versi struggenti ed appassionati del poeta amanteano. Dobbiamo subito dire per l’intanto che questo aureo libretto di Campora è pubblicato in proprio, nel senso che dietro non v’è alcun editore, né grande né piccolo, perché l’autore, esperto di editoria elettronica, si è fatto editore di sé stesso, cioè ha materialmente costruito la sua opera giorno per giorno, dando vita o meglio alimentando quel curioso fenomeno, per altri versi stimolante ed in via di sviluppo, della cosiddetta editoria fatta in casa.
Lo studio del Campora, centrato sostanzialmente sul poema “Gli Amanteoti”, è esplorato in ogni sua parte attraverso una accurata opera di scavo filologico e testuale, finalizzato ad illuminare i concetti e i nessi più profondi. La sua è un’analisi di tipo “continiano”, “intesa ad accertare l’autenticità del documento e l’esatta interpretazione di esso nel valore semantico delle parole e delle frasi”. Cioè, “solo attraverso una lettura attenta e sensibile, l’indagine letteraria può mantenersi immune dalle ideologie e dalle loro crisi ed evoluzioni”.
La Cantica “Gli Amanteoti”, vibrante di amor patrio, è dedicata all’amico Michele Lops di Corato, al quale il Furgiuele dice espressamente che “desiderio di tempi e di uomini migliori” lo ispirarono alla stesura di questo poema, così vicino, nel metro, ai decasillabi di alcune stanze del Berchet e a quelle del manzoniano “Marzo 1821”. La Cantica risulta essere divisa in tre parti che corrispondono poi a quelli che il poeta riteneva fossero i tre aspetti più paradigmatici della storia della sua città: eroismo, patria e memoria, peraltro punti di riferimento del patriottismo risorgimentale del tempo. Il Furgiuele nel celebrare il suo ardente amore verso la terra che lo vide nascere, passa in rassegna, per più di un migliaio di versi, la storia del suo paese, che, nelle sue miracolose mani di poeta, diventa una sorta di storia di Amantea in rima. Dalle lotte del popolo amanteano contro i musulmani (839) alle complicate vicende della vendita al principe Ravaschieri di Belmonte (1647) e giù giù fino all’assedio francese del 1806-07, il poemetto dispiega le fasi cruciali delle vicende storiche della città che sono poi i momenti-clou di un popolo che ha saputo lottare sempre con dignità e fermezza contro ogni forma di tirannide e di soprusi.
Il Furgiuele, che scrive in piena epoca risorgimentale, allievo del Puoti, educato alle idealità liberali, vede appunto nelle lotte del suo popolo contro lo straniero di turno, l’orgogliosa affermazione dello spirito di libertà e di tolleranza che deve sempre animare chi, conculcato nei propri diritti, trova la forza di sapersi e volersi riscattare combattendo. Per esemplificare, il Furgiuele ravvisa nell’episodio del vescovo Irnerio contro il saraceno Timiri l’origine delle più fervide virtù civiche e religiose della sua gente. Nelle vicende col Ravaschieri, il forte attaccamento alle istituzioni municipali, il cui spirito è racchiuso e custodito nei Diplomi e nei Privilegi degli antichi Re. Mentre, per quanto attiene all’episodio dell’assedio francese, dietro vi starebbe, motivo anch’esso prettamente risorgimentale, l’odio verso lo straniero invasore, giusta come pure efficacemente individuò lo storico e memorialista pugliese, coevo del Nostro, Ottavio Serena che, in un suo studio storico della città di Amantea e di una delle famiglie patrizie del suo Sedile (i Baldacchini), così scriveva: “Per questo amore alle patrie tradizioni ne conseguì quasi naturalmente l’avversione a tutto ciò che avesse l’apparenza di novità o che potesse perturbare gli antichi ordinamenti”. Ora se questa è l’angolazione esatta non importa più di tanto allora se le truppe napoleoniche sono portatrici delle idee della rivoluzione francese. Per il Furgiuele sono anch’essi nemici e secondo la pubblicistica allora corrente, “profanatori d’altari e conculcatori di più turpe servaggio”. A questo punto qualcuno dirà che dietro potrebbe celarsi una contraddizione, cioè ad un Furgiuele che bolla i francesi, “...scesi dalle galliche contrade / ruinavano su noi grevi torrenti / e travolte sparian nell’onde avare / con impeto crudele, e patria, ed are”, farebbe da contraltare il Furgiuele patriota, per esempio, della poesia “All’armi, all’armi”, lanciata contro i Borboni e letta nella piazza del suo paese, nelle fervide giornate del giugno ’48. Noi non pensiamo vi sia contraddizione, intanto perché crediamo che l’assedio, spogliato dalla melassa di certa retorica nazionale e nazionalistica, contenuta in espressioni tipo “Amantea leonessa della Calabria” o “Iliade funesta dei calabresi”, non è altro che un momento particolare della presa di coscienza di chi davvero credeva che i tempi fossero propizi al riscatto e alla emancipazione della società meridionale. E poi perché, non essendosi appalesata appieno una tale presa di coscienza, non restava che rifugiarsi nella poesia e nell’epos che soli, forse consentono di elevarsi sopra una realtà fatta di pura violenza. Il Furgiuele sembra essere distante da tutto ciò perché in fondo è la poesia il luogo dove possa trovare un rifugio e che lo salva, né riteniamo di poterlo ascrivere a quelli che credevano “che l’Italia si potesse compiere con una serie di quarantottate”. In lui il rapporto storia-poesia è di tutt’altra natura. Sebbene fosse essenzialmente un isolato, il Furgiuele è solo un giovane poeta romantico che vive in pieno clima patriottico-risorgimentale, uno di quei bravi giovani che, sotto la guida di maestri come Domenico Mauro si nutre dei modi della poesia del tempo, appresi anche alla scuola del Puoti e negli ambienti intellettuali di Napoli, capitale del regno. “Tra il ’30 e il ’48,” scrive Francesco De Sanctis, “la libertà era in ciò che il freno era un po' allentato; la fisionomia delle cose rimaneva reazionaria”.
E discorrendo ancora il De Sanctis delle opere di alcuni poeti romantici calabresi gravitanti, appunto, attorno alla figura del Mauro, così diceva: “C’è un fondo vivo in quelle poesie, tutte le passioni nell’impeto naturale, come tra gli uomini quasi ancora selvaggi, avvicendati vendetta e perdono, generosità ed assassinio; sono di fronte il brigante e l’uomo coraggioso che l’attacca, l’amore e la gelosia giungono alla estrema punta”.
In altre parole il Furgiuele non è poeta della storia come parrebbe a prima vista, è soltanto poeta e basta. In lui urgono e prevalgono soprattutto le ragioni della poesia, che, in quanto universali ed eterne, stazionano al di sopra della realtà contingente. Lo spirito che aleggia nei suoi versi è quello dello spirito universale che muove la storia degli uomini. In un suo vecchio scritto lo stesso Campora aveva affermato che l’analisi storica non basta, né, se mai la si invochi, deve far velo alla poesia e ai suoi più veri significati: Scrive Campora a conclusione del suo saggio introduttivo: “La caduta morale della città, come anche il più materiale abbattimento delle mura, rappresentavano quindi per lui anche la perdita di una parte di sé stesso, di un momento della propria storia personale e sociale, di un sogno glorioso di antichi tempi e di eroi che aveva nutrito la sua più intensa gioventù; uno stadio della nostra vita che tutti, almeno una volta viviamo. La presa della città, quindi, è il sentir morire qualcosa che prima era una parte importante di noi: un concetto universale che appartiene a tutti e in cui tutti ci possiamo riconoscere.”
Addio miei cari luoghi, addio, già sento
Squillar del partir mio l’ora funesta
Addio per sempre, o patria un sol momento
Di baciar le tue sponde ahi! non mi resta,
Ma pur da lungi recheratti il vento
Cotesta voce sconsolata e mesta
O monti o valli, del terren natìo
Addio piangendo, io vi ripeto addio. (8)
Con questi bellissimi versi di chiusura della Cantica, il poeta sembra congedarsi non soltanto dal lettore ma addirittura dalla vita. D’altronde è ammalato seriamente ed in questo distacco, sotto l’amaro morbo della tisi che lo sta annientando, sente il venir meno delle sue forze che finora lo hanno sorretto. Il poeta dunque si congeda dal mondo e quasi “in limine mortis”, sembra affidare sommessamente alla poesia i suoi sogni e le sue più care speranze. Allora anche noi ci dichiariamo convinti sostenitori di questa poesia che è insieme catarsi e salvezza, che attinge l’infinito e vince, foscolianamente, il silenzio di mille secoli.
Roberto Musì, Amantea 1995
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